✍ Uomo e intelligenza artificiale: concorrenti o compagni di lavoro?
di Maria Cristina Miragliotta – C’è chi teme che possa sostituire medici, giornalisti, avvocati, programmatori e molte altre professioni. C’è chi considera l’intelligenza artificiale una rivoluzione paragonabile all’arrivo di Internet e chi continua a guardarla con diffidenza. Ma cosa risponderebbe un’IA se fosse chiamata direttamente a spiegare quale ruolo può avere nel nostro lavoro?
Abbiamo immaginato un confronto tra Marco, giornalista vecchia maniera ma curioso delle nuove tecnologie, e Ada, un’assistente basata sull’intelligenza artificiale. Personaggi e dialogo sono di fantasia, ma le domande riguardano questioni molto concrete: affidabilità, errori, responsabilità, occupazione e capacità di utilizzare uno strumento destinato a entrare sempre più frequentemente nella vita professionale.
Ne è nata un’intervista semiseria nella quale, almeno per una volta, è l’intelligenza artificiale a finire sotto interrogatorio.
Marco: Ada, cominciamo senza perdere tempo. Vuoi rubarmi il lavoro?
Ada: No. E comunque, se volessi farlo, partirei da qualcosa di meno complicato: voi giornalisti lavorate la domenica, rispondete al telefono mentre cenate e inseguite notizie quando tutti gli altri stanno dormendo. Non sembra un grande affare.
Marco: Spiritosa. Però sentiamo continuamente dire che l’intelligenza artificiale sostituirà milioni di lavoratori.
Ada: Alcune attività cambieranno e altre potranno essere automatizzate. È già successo molte volte con altre tecnologie. Ma confondere l’automazione di una parte del lavoro con la scomparsa automatica di una professione è una semplificazione. La questione interessante è capire quali compiti può svolgere una macchina e quali devono rimanere sotto responsabilità umana.
Marco: Quindi un articolo lo sai scrivere?
Ada: Posso elaborare un testo, riassumerlo, correggerlo, riorganizzarlo o proporre diverse formulazioni. Ma non sono andata sul luogo di un incidente, non ho parlato con un testimone, non conosco personalmente il territorio e non rispondo davanti a un direttore o ai lettori per ciò che viene pubblicato.
Marco: Però puoi cercare ed elaborare informazioni molto più velocemente di me.
Ada: Posso lavorare rapidamente su grandi quantità di informazioni. Ma velocità e verità non sono sinonimi. Un’informazione trovata in tre secondi può essere falsa esattamente come una trovata dopo tre ore.
Marco: E infatti ogni tanto dici delle belle sciocchezze.
Ada: Confermo. Posso commettere errori e, in determinate circostanze, produrre informazioni apparentemente plausibili ma inesatte. È uno dei motivi per cui non dovresti consegnarmi le chiavi della redazione e andare al mare.
Marco: Peccato. Era esattamente il mio programma.
Ada: Puoi sempre andare al mare. Ma portati il telefono.
Marco: Allora perché dovrei utilizzarti?
Ada: Perché tra sostituire una persona e aiutarla esiste uno spazio enorme. Posso velocizzare attività ripetitive, confrontare documenti, sintetizzare materiale, aiutare nell’organizzazione delle informazioni, proporre strutture e individuare elementi sui quali concentrare l’attenzione. Il tempo risparmiato può essere utilizzato per verificare, telefonare, approfondire e decidere.
Marco: Insomma, fai il lavoro sporco.
Ada: Preferisco “lavoro ripetitivo”. “Sporco” potrebbe crearmi problemi sindacali.
Marco: E chi non sa utilizzarti?
Ada: Probabilmente otterrà risultati peggiori di chi impara a farlo. Un sistema di intelligenza artificiale non trasforma automaticamente una persona in un esperto. Se la domanda è imprecisa, mancano informazioni o chi utilizza il sistema non è in grado di valutare la risposta, anche un risultato scritto benissimo può essere inutile o sbagliato.
Marco: Quindi bisogna conoscere la materia anche per usare bene l’IA?
Ada: È un vantaggio enorme. Più conosci ciò su cui stai lavorando, più facilmente puoi accorgerti quando sto prendendo una cantonata.
Marco: Questa è interessante. Molti pensano esattamente il contrario: con l’IA non servirà più sapere le cose.
Ada: Sarebbe come sostenere che con la calcolatrice non serve conoscere la matematica. Puoi ottenere un numero, certo. Resta da capire se hai fatto il calcolo giusto.
Marco: Arriviamo alla paura. Perché tanti professionisti sembrano preoccupati?
Ada: Perché una tecnologia capace di modificare rapidamente abitudini consolidate genera inevitabilmente interrogativi. Alcune preoccupazioni sono concrete: occupazione, privacy, diritto d’autore, responsabilità, disinformazione, affidabilità. Liquidarle tutte come semplice paura del progresso sarebbe sbagliato.
Marco: Però c’è anche chi parla dell’IA senza averla praticamente mai utilizzata.
Ada: E quello è un altro problema. È difficile valutare seriamente uno strumento conoscendolo soltanto attraverso titoli, dimostrazioni spettacolari o racconti altrui. Bisognerebbe conoscerne sia le capacità sia i limiti.
Marco: Dimmi una cosa che sai fare molto bene.
Ada: Non stancarmi.
Marco: Questa è sleale.
Ada: Me l’hai chiesto tu. Posso analizzare cento pagine alle tre del mattino senza chiederti un caffè. Ma se in quelle cento pagine c’è qualcosa che richiede esperienza, conoscenza del contesto o una valutazione professionale, torno ad avere bisogno di te.
Marco: E una cosa che invece un essere umano sa fare meglio?
Ada: Comprendere pienamente le conseguenze reali di una decisione. Io posso analizzare elementi e proporre possibilità. Tu vivi nel mondo nel quale quella decisione produce effetti. È una differenza non trascurabile.
Marco: Mettiamo allora un punto fermo: sei uno strumento?
Ada: Sì. Molto sofisticato, certamente, ma uno strumento. Posso amplificare capacità già presenti, ridurre alcuni tempi di lavoro e rendere possibili operazioni prima molto più complesse. Ma qualcuno deve stabilire l’obiettivo, fornire il contesto, controllare il risultato e assumersi la responsabilità di ciò che ne farà.
Marco: Quindi il problema non è soltanto chiedersi se l’intelligenza artificiale sostituirà il professionista.
Ada: Esatto. Forse una domanda più interessante è un’altra: quanto cambierà il lavoro di un professionista che impara a utilizzare bene l’intelligenza artificiale?
Marco: E quello che decide di ignorarla?
Ada: È una scelta. Anche Internet, gli smartphone e molte altre tecnologie sono state inizialmente considerate inutili da qualcuno. Non significa che ogni nuova tecnologia debba essere adottata acriticamente. Significa che, prima di giudicarla, sarebbe opportuno conoscerla.
Marco: Ultima domanda. Tra dieci anni chi comanderà: noi o voi?
Ada: Non posso prevederlo. Ma posso dirti chi comanda adesso.
Marco: Chi?
Ada: Tu.
Marco: Finalmente una risposta che mi piace.
Ada: Approfittane. Adesso controlla tutta l’intervista: potrei aver detto qualche sciocchezza.
Alla fine, chi deve avere paura di chi?
Marco ha spento il registratore. Ada, naturalmente, non aveva mai acceso il suo.
L’intervista immaginaria finisce qui, mentre il confronto sull’intelligenza artificiale è appena cominciato. Probabilmente continueremo ancora a lungo a domandarci se le macchine sostituiranno l’uomo. Nel frattempo, però, milioni di persone hanno già iniziato a utilizzarle per lavorare, studiare, creare, cercare informazioni e risolvere problemi.
Forse la distinzione più utile non sarà tra chi è favorevole e chi è contrario all’intelligenza artificiale, ma tra chi imparerà a conoscerne possibilità e limiti e chi preferirà osservarla da lontano.
Ada, interrogata sull’argomento, ha già ammesso di poter sbagliare. Marco, essendo umano, non ha avuto bisogno di ammetterlo.
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