Cronaca

Il Riesame: confermati i domiciliari per Stagno d’Alcontres

Francesco Stagno d’Alcontres

La misura degli arresti domiciliari è stata ritenuta dai giudici del Tribunale del Riesame «pienamente proporzionata alla gravità dei fatti e adeguata ad assicurare le esigenze cautelari». Secondo il collegio, soltanto una significativa limitazione delle libertà personali può impedire all’indagato di proseguire l’attività professionale in strutture convenzionate, dove disporrebbe di poteri pubblicistici suscettibili di abuso, e di mantenere contatti con l’ambiente relazionale nel quale sarebbero maturate le condotte contestate. I magistrati evidenziano inoltre «la manifestata intenzione dell’indagato di continuare a svolgere la professione sanitaria anche dopo il pensionamento» e «l’assoluta insufficienza del collocamento a riposo ad elidere tale trama di relazioni».

Con queste motivazioni è stata confermata la misura cautelare nei confronti del medico settantenne Francesco Stagno d’Alcontres, ex primario della Chirurgia plastica del Policlinico di Messina ed ex parlamentare, arrestato il 5 dicembre scorso con accuse di concussione, corruzione, induzione indebita e truffa. Secondo la Procura avrebbe richiesto contributi per circa 700mila euro a case farmaceutiche e aziende di prodotti medicali per l’organizzazione di un congresso, in cambio del proprio assenso alle forniture nel reparto diretto.

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Il collegio, presieduto da Maria Vermiglio e composto da Lia Silipigni e Antonino Aliberti, autore del provvedimento, ha depositato le motivazioni del rigetto dell’istanza di scarcerazione presentata dai difensori Salvatore Silvestro e Nino D’Ascola.

Determinante, ai fini cautelari, è stata la data del 28 gennaio 2025, quando la Guardia di finanza sequestrò documenti nello studio del medico, rendendo pubblica l’indagine. «A partire da tale data», si legge, l’indagato avrebbe tentato di bonificare l’ufficio, attivato una nuova scheda telefonica intestata alla segretaria e adottato precauzioni nelle conversazioni, chiedendo persino di «avvolgere» il telefono per timore di intercettazioni. I giudici richiamano anche i «toni perentori» usati verso collaboratori e rappresentanti aziendali, con la minaccia di escludere dalle forniture chi non avesse aderito alle richieste.


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