L’export agroalimentare italiano penalizzato dai dazi americani
La recente intesa tra Commissione europea e Amministrazione Trump ha introdotto dazi fino al 15% sulle esportazioni agroalimentari europee, incidendo in particolare su vino e olio d’oliva. L’accordo, firmato a fine luglio in Scozia da Ursula von der Leyen e Donald Trump, sostituisce il precedente sistema di dazi cumulativi, ritenuto più oneroso, ma genera diffuso malcontento nel settore.
Il presidente della Copagri, Tommaso Battista, lo ha definito «un compromesso al ribasso», mentre Cristian Maretti di Legacoop Agroalimentare ha evidenziato l’impatto negativo su vino, formaggi e olio. Secondo Coldiretti, il nuovo regime inciderà per oltre 290 milioni di euro sull’export del vino, per circa 140 milioni sull’olio extravergine e per quasi 74 milioni sulla pasta di semola. I formaggi restano stabili, già gravati da dazi tra il 10% e il 15%.
Gli Stati Uniti, principale mercato extra-Ue dell’agroalimentare italiano con quasi 8 miliardi di euro nel 2024, importano il 95% del proprio fabbisogno di olio d’oliva, pari a circa 370mila tonnellate l’anno. «Le qualità salutistiche dell’olio dovrebbero portare a un’esenzione dai dazi», ha dichiarato Anna Cane, presidente del Gruppo olio d’oliva di Assitol, sottolineando che entro il 2030 i consumi statunitensi potrebbero superare quelli italiani.
Per Coldiretti e Filiera Italia, i dati restano preoccupanti: nei primi tre mesi di applicazione dei dazi aggiuntivi al 10%, l’export alimentare verso gli Usa è calato del 2,9% in valore.
Il comparto siciliano risente in modo particolare della misura. Nel 2024, circa il 50% dell’olio extravergine isolano è stato destinato agli Stati Uniti, con mercati alternativi ridotti e meno rilevanti. L’olio IGP Sicilia, tuttavia, conferma una forte vocazione internazionale: l’80% delle bottiglie è venduto all’estero, tra Europa, Giappone, Cina e Usa.
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