Cronaca

Racket a Palermo, gli ordini di Verga: «Sparate, così pagano»

Incendio Carini - Sicily by Car

Dal carcere di Trani, dove era detenuto, Salvatore Verga avrebbe continuato a impartire direttive agli affiliati per la gestione delle estorsioni attraverso un telefono introdotto illecitamente nell’istituto penitenziario. Secondo quanto ricostruito dalla Procura, l’obiettivo era costringere commercianti e imprenditori al pagamento del pizzo, anche ricorrendo all’intimidazione armata.

Nel corso delle conversazioni intercettate, Verga avrebbe manifestato la volontà di utilizzare l’arsenale a disposizione del gruppo, affermando: «E che facciamo, gli spariamo? Tutte queste armi che ho comprato devono fare la ruggine?». Dichiarazioni che, per gli investigatori, confermerebbero la disponibilità a ricorrere alla violenza per ottenere il pagamento delle somme richieste. A rafforzare questo quadro sono anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Alessio D’Agostino, secondo cui il gruppo «era pronto a fare la guerra con tutti».

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L’inchiesta collega tali intenzioni a una serie di episodi avvenuti nei mesi precedenti. Un kalashnikov sarebbe stato impiegato negli attacchi contro la sede della Sicily by Car di via San Lorenzo, il parcheggio Natoli e il ristorante Al Brigantino di Sferracavallo. Lo stesso fucile d’assalto sarebbe stato utilizzato anche nella notte tra il 29 e il 30 aprile, quando Danilo D’Ignoti e Dionisio Mineo, quest’ultimo tra i 21 destinatari del blitz dei carabinieri contro il racket, avrebbero esploso diversi colpi contro l’abitazione di Rosario Sposito per ottenere il pagamento di un debito di droga pari a 4 mila euro. Gli accertamenti balistici hanno attribuito tutti gli episodi alla medesima arma. Secondo gli investigatori, il gruppo disponeva inoltre di pistole, un revolver calibro 38, un fucile a pompa e una pistola calibro 40.

Le indagini delineano un sistema fondato sull’alternanza tra intimidazioni armate e attentati incendiari. In tale contesto, il 5 giugno Verga avrebbe incaricato Salvatore Ariolo, anch’egli fermato nell’operazione, di procedere alla riscossione delle somme, sollecitandolo con le parole: «Non facciamo malafigura, sbrighiamoci e quagliamo».


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