Processo sui 13 omicidi: due ergastoli, 30 anni e un’assoluzione in appello
La Corte d’Assise d’Appello ha confermato due condanne all’ergastolo, una pena a trent’anni di reclusione e due assoluzioni nel processo riguardante tredici omicidi attribuiti a Cosa nostra barcellonese e commessi tra il 1992 e il 1998. La sentenza è stata pronunciata dal collegio presieduto dal giudice Bruno Sagone e modifica solo in parte l’esito del giudizio di primo grado, introducendo un’assoluzione relativa a uno dei capi d’imputazione.
L’inchiesta ha ricostruito una lunga sequenza di delitti maturati nell’ambito delle dinamiche interne dell’organizzazione mafiosa operante nel territorio di Barcellona Pozzo di Gotto. Un ruolo centrale nella riapertura delle indagini è stato svolto dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Micale, le cui indicazioni hanno consentito agli investigatori di individuare presunti mandanti ed esecutori delle uccisioni. Secondo la ricostruzione accusatoria, numerosi omicidi sarebbero stati ordinati come sanzione nei confronti di persone ritenute responsabili di aver violato le regole imposte dall’organizzazione, attraverso furti in abitazioni considerate sotto la protezione del gruppo mafioso oppure svolgendo attività di spaccio senza l’autorizzazione dei vertici.
Gli imputati nel giudizio d’appello erano sei: Giuseppe Gullotti, conosciuto come “l’avvocaticchiu” e ritenuto per anni al vertice del sodalizio mafioso barcellonese; Salvatore “Sem” Di Salvo, indicato come suo successore; Giuseppe Isgrò, considerato il cassiere del gruppo; Stefano Genovese; Carmelo Mastroeni, originario di Merì; e Vincenzo Miano.
La Corte ha confermato integralmente le condanne all’ergastolo nei confronti di Giuseppe Gullotti e Salvatore Di Salvo, nonché la pena di 30 anni di reclusione inflitta a Giuseppe Isgrò. Sono state confermate anche le assoluzioni di Stefano Genovese e Carmelo Mastroeni, già pronunciate in primo grado. L’unica modifica riguarda Vincenzo Miano, assolto con la formula “per non aver commesso il fatto” dall’accusa di aver preso parte all’omicidio di Aurelio Anastasi, avvenuto a Barcellona Pozzo di Gotto il 4 gennaio 1993.
Nel giudizio di secondo grado la pubblica accusa è stata sostenuta dal sostituto procuratore generale Giuseppe Lombardo e dal sostituto della Direzione distrettuale antimafia Francesco Massara, applicato al procedimento. La difesa è stata rappresentata dagli avvocati Giuseppe Lo Presti, Filippo Barbera, Diego Lanza, Tino Celi, Tommaso Calderone, Franco Bertolone, Tommaso Autru Ryolo, Giuseppe Cicciari, Gaetano Pino, Luca Cianferoni e Antonio Pirri.
Le indagini, avviate dai Carabinieri del Ros nel gennaio 2023, hanno consentito di approfondire tredici delitti rimasti per anni senza una completa ricostruzione investigativa. Tra gli episodi contestati figura l’omicidio dell’agronomo Angelo Ferro, assassinato a Milazzo il 27 maggio 1993. Secondo gli investigatori, il delitto sarebbe collegato alla cattura del boss Benedetto “Nitto” Santapaola, arrestato il 18 maggio 1993 a Mazzarrone nell’ambito dell’operazione “Luna Piena” condotta dallo Sco.
Il procedimento comprende inoltre il duplice omicidio di Antonino Accetta e Giuseppe Pirri, trovati senza vita nel cimitero di Barcellona Pozzo di Gotto il 21 gennaio 1992; l’uccisione di Carmelo Ingegneri, avvenuta l’11 luglio 1992; quella di Francesco Longo, assassinato il 28 dicembre 1992; l’omicidio di Aurelio Anastasi del 4 gennaio 1993; i casi di lupara bianca di Giuseppe Italiano, nel febbraio 1993, e Giuseppe Porcino, nel marzo dello stesso anno; l’agguato del 4 settembre 1993, nel quale morirono Sergio Raimondi e Giuseppe Martino, mentre Giuseppe Geraci decedette il 26 aprile 1994 a causa delle ferite riportate; l’omicidio di Giuseppe Abbate, commesso il 16 febbraio 1998; e quello di Fortunato Ficarra, ucciso il 1° luglio 1998 a Santa Lucia del Mela. La sentenza d’appello conferma sostanzialmente l’impianto del giudizio di primo grado, con la sola modifica relativa alla posizione di Vincenzo Miano.
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