Ponte sullo Stretto, il parere tecnico dei geologi sul pericolo terremoti
Lo Stretto di Messina costituisce una delle aree a più alto potenziale sismogenetico del Mediterraneo, caratterizzata dalla presenza di numerose faglie attive e capaci, anche in ambito marino. Il terremoto e maremoto del 28 dicembre 1908, con magnitudo stimata di 7.1, rappresenta un riferimento storico, ma non necessariamente il limite massimo di energia rilasciabile.
Domenico Angelone, presidente dell’Ordine dei Geologi della Regione Molise, evidenzia che in un contesto geodinamico complesso come quello dello Stretto non si può escludere la possibilità di eventi di maggiore intensità. Richiama inoltre i dati accelerometrici registrati in Italia centrale, come nel sisma di Amatrice del 2016, dove sono stati rilevati picchi orizzontali vicini o superiori a 1 g e, in casi particolari, fino a 1,5 g. In ambito internazionale sono stati documentati valori prossimi a 2 g.
Secondo Angelone, la normativa vigente utilizza parametri mediati e probabilistici che potrebbero non riflettere i picchi reali osservabili in prossimità della sorgente sismica. Particolare attenzione deve essere riservata alla componente verticale del moto sismico, che in area epicentrale può raggiungere valori prossimi a 1 g, generando sollecitazioni strutturali significative.
La valutazione della pericolosità può seguire un approccio tempo-indipendente, che considera ogni evento come potenzialmente scollegato dal precedente, o tempo-dipendente, che modula la probabilità in base al tempo trascorso. Nel contesto dello Stretto, la presenza di molte faglie capaci rende prudente il primo metodo.
Angelone sottolinea che la sicurezza del Ponte sullo Stretto richiede un’analisi geologica completa, comprensiva del censimento delle faglie e della valutazione delle amplificazioni locali del moto sismico, affinché l’opera sia adeguata alle condizioni reali del territorio.
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