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L’Italia e l’euro – Salpietro: “Svantaggiata oppure occasione perduta?”

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Eurodi Gianluca Salpietro – Economista – Si è tanto parlato degli effetti dell’ingresso nell’euro per l’Italia e vorrei presentare ancora delle riflessioni a riguardo. Nei miei precedenti due articoli sul tema (1) ho argomentato come possa esserci la possibilità che gli eccessivi avanzi sul conto corrente della bilancia dei pagamenti della Germania sin dal 2011 (ma anche di altri paesi dell’eurozona, per esempio, l’Olanda) potrebbero aver portato ad una valutazione dell’euro sul mercato troppo apprezzata rispetto alla posizione economica dell’Italia. Ciò porterebbe a scoraggiare le esportazioni italiane e quindi ad una maggiore difficoltà per l’Italia di ridurre il suo eccessivo debito pubblico. Questo potrebbe far dubitare del vantaggio dell’ingresso nell’eurozona per l’Italia. Per dare maggiore credito a quest’ipotesi, si può notare come l’Italia non abbia ancora oggi recuperato la sua quota nelle importazioni del mondo (e quindi delle sue esportazioni al mondo) rispetto al 1999 (2).

Il fatto che dal 2013 al 2019 il rapporto saldo commerciale/PIL italiano sia tornato in positivo, il che non accadeva dal 2001, non è nemmeno del tutto incoraggiante. Infatti, ciò è piuttosto attribuito alla minore crescita delle importazioni rispetto alla crescita delle esportazioni dal 2013 che è risultata dalla generale stagnazione del reddito reale pro capite italiano tra il 2007 ed il 2019, che si è ridotto del 6,5% in questo periodo. Questo, sfortunatamente, rappresenta probabilmente il fattore principale per la crescita in questo rapporto, avendo ridotto la domanda interna e quindi la domanda per le importazioni. Se l’Italia avesse avuto il reddito reale pro capite del 2007, o maggiore di questo, è stato stimato che in questi anni, con le maggiori importazioni che risulterebbero, questo rapporto sarebbe stato in disavanzo (3).

C’è da ricordare però, che anche per gran parte degli anni ’80 l’Italia aveva disavanzi sul conto corrente della bilancia dei pagamenti. Questo, quindi, non è un fenomeno verificatosi soltanto dopo l’adozione dell’euro in Italia ed avveniva nonostante le sostanziali svalutazioni della lira negli anni ‘80.

Inoltre, benché secondo alcuni indici il tasso di cambio effettivo reale dell’Italia si è apprezzato dal 2000 (4), il possibile livello apprezzato dell’euro rispetto alla propria posizione economica non è una storia esaustiva riguardo l’esito dell’ingresso nell’eurozona per l’Italia.

In primo luogo, l’euro in parte ha il merito di aver portato ad una generale e marcata riduzione dei tassi d’interesse in Italia. Fino agli anni ’90 infatti, il tasso di sconto della Banca D’Italia arrivava fino al 15%. Dopo la fondazione della BCE e l’ingresso nell’euro i tassi di sconto ed i tassi d’interesse sui titoli di stato italiani sono scesi notevolmente e quelli reali anche rispetto al periodo 1983 – 1997 ad esempio.

Questo è avvenuto in parte per motivi di congiuntura economica, specialmente dopo il 2007, ma sicuramente anche per la percezione di una maggiore forza della BCE e dell’unione monetaria nel combattere l’inflazione precisamente attraverso una moneta più forte e stabile. È anche per queste ragioni che si è preferito abbandonare una lira debole e soggetta a grosse svalutazioni e ad effetti inflazionistici e destabilizzanti svantaggiosi per la crescita e lo sviluppo dell’Italia e si è deciso di entrare nell’euro.

Ciò implica che i tassi d’interesse sul debito pubblico italiano sono progressivamente e notevolmente scesi dopo il 2000, da circa l’11% in media nel 1990-1996 a circa il 3% in media tra il 2000 ed il 2006 per esempio. Questo ha favorito la diminuzione della spesa pubblica sugl’interessi notevolmente.

Secondo una stima (5), il risparmio sugli interessi del debito pubblico italiano dovuto al calo dei tassi d’interesse avvenuto dopo l’ingresso nell’euro si aggirerebbe intorno ai €683 miliardi solo nel periodo 2000-2012 (calcolato al netto della capitalizzazione), a parità di stock di debito pubblico del 2000 e questo risparmio sarà salito ancora nel periodo successivo in cui i tassi di interesse sono scesi ulteriormente. Bisogna anche notare come l’andamento a ribasso dei tassi d’interesse sul debito pubblico italiano sia già cominciato nel 1997 quando i paesi euro adottarono il Patto di Stabilità e Crescita al fine di rafforzare il percorso d’integrazione monetario intrapreso nel 1992 con la sottoscrizione del Trattato di Maastricht. Quindi il risparmio complessivo dal 1997 quando si è accentuato il processo di integrazione monetaria dell’eurozona ad oggi è stato molto probabilmente parecchio superiore a questa stima.

Andamento Spesa Pubblica ItalianaQuesto avrebbe permesso una notevole riduzione del debito pubblico assoluto e della spesa pubblica complessiva, senza nemmeno dover ridurre la spesa primaria reale. Invece, lo stato italiano dall’ingresso nell’euro rispetto al periodo precedente non solo non ha diminuito la spesa primaria, ma ha addirittura aumentato la spesa media complessiva anche in termini reali (6), assieme al debito pubblico in termini assoluti, pur avendo questo notevole risparmio (7).

Inoltre, anche la pressione fiscale, nonostante il risparmio sugl’interessi del debito pubblico, pare abbia teso in media ad aumentare dopo l’ingresso nell’euro rispetto agli anni ’80 e ’90 (8). Questo avrà rallentato l’economia italiana e indotto aumenti nei costi di produzione. Inoltre, questa sarà la vera ragione per l’avanzo nel saldo primario che si è realizzato in Italia sin dal 1992 e non una riduzione della spesa primaria la quale non c’è stata.

Questi due fattori, uniti al conseguente aumento nell’aspettativa di tasse future, all’inefficienza della spesa pubblica che oltre tutto ha sostituito spese in conto capitale con spese correnti negl’ultimi venti anni (9), ad un certo spiazzamento del settore privato per il crescente debito pubblico e all’effetto negativo del maggior debito pubblico sulla fiducia nell’economia italiana, hanno contribuito ad Investimentiabbassare gli investimenti e la produttività del lavoro dell’economia italiana (10) e a mantenere la competitività e la crescita dell’Italia minore di quello che avrebbero potuto essere, a parità di condizioni esterne, cioè degli effetti della crisi globale del 2007-2008.

Lo stato italiano, sebbene qualche timido sforzo l’abbia fatto, viste la diminuzione del debito pubblico in termini assoluti tra il 2001 ed il 2003 (11) e del rapporto spesa pubblica/PIL tra il 2014 ed il 2018 per esempio (12), non ha fatto abbastanza quando il tempo era favorevole. Avrebbe infatti, dovuto ridurre sia il debito pubblico in termini assoluti, che la pressione fiscale, due gravosi problemi economici dell’Italia, così da contribuire ad aumentare la competitività e la crescita economica dell’Italia. Questo avrebbe richiesto semplicemente di non aumentare eccessivamente la spesa pubblica (e non necessariamente di diminuirla né paradossalmente di non aumentarla affatto) ed avrebbe probabilmente migliorato le sorti dell’ingresso nell’area euro per l’Italia, facendole recuperare del terreno prezioso in termini di competitività all’interno dell’eurozona ed internazionalmente.

Sicché, sebbene sia possibile che nelle condizioni odierne l’Italia possa riscontrare qualche svantaggio di un euro troppo apprezzato rispetto alla propria situazione economica, i vantaggi dell’ingresso nell’euro ci sono stati e gli svantaggi sono dovuti soprattutto al non aver sfruttato questi appieno che avrebbe portato l’Italia, tra l’altro, sicuramente a subire meno oggi una moneta più forte. Anche la riduzione del PIL reale pro capite italiano dal 2007 può essere interpretata in questa chiave, essendo determinata dalla minore resilienza del sistema economico italiano alle crisi economiche globali risultante dall’aver trascurato queste opportunità.

I problemi dell’Italia non sembrano dovuti in maniera sostanziale all’ingresso nell’eurozona. In Italia esistono molti problemi annosi che incidono sulla sua economia e che sono ben documentati e noti, Spesa Pubblica Per Interessitra cui: l’eccessivo debito pubblico, l’eccessiva ma soprattutto inefficiente spesa pubblica, l’eccessiva pressione fiscale, l’eccessiva burocrazia, la lentezza della giustizia civile, l’eccessiva evasione fiscale, l’eccessiva corruzione, l’eccesivo corporativismo dell’economia che richiederebbe liberalizzazioni. La maggior parte di questi sono di natura interna e continuerebbero a frenare l’Italia sia con che senza l’euro. Nessuno impedisce all’Italia di impegnarsi per risolvere questi problemi, che avrebbe un impatto positivo sull’economia italiana pur dall’interno dell’eurozona.

L’uscita dalla lira dell’Italia ed il suo ingresso nell’euro sono state decisioni prese in un periodo storico globale in cui una lira debole ed un’economia soggetta ad alte pressioni inflazionistiche e quindi un ambiente economico instabile erano considerati dannosi per l’Italia. Oggi l’opinione preponderante degli economisti su questi temi molto probabilmente non sarebbe diversa anche perché l’euro ha in parte stabilizzato l’economia italiana. Inoltre, sebbene con il senno di poi si potrebbe argomentare che anche l’euro non abbia risolto tutti i problemi economici dell’Italia e possibilmente ne abbia creati di nuovi, se l’Italia non fosse entrata nell’eurozona la sua situazione oggi potrebbe verosimilmente essere peggiore di quella che è.

Quindi, sebbene con tutte le sue debolezze, può ben essere che lavorando per fare funzionare al meglio l’euro, incluso l’evitare un suo eccessivo apprezzamento a danno dei paesi più indebitati assieme al non perdere occasioni di riassetto macroeconomico, esso si rivelerà quanto meno il male minore in un mondo incerto e soggetto a rischi.

(Per riferimenti su dati e argomenti citati nell’articolo vedere: (1) https://www.canalesicilia.it/gianluca-salpietro-rileggendo-laltra-faccia-del-debito-pubblico-italiano/ e https://www.canalesicilia.it/gianluca-salpietro-laltra-faccia-del-debito-pubblico-italiano/ (2) https://www.ice.it/it/sites/default/files/inline-files/Rapporto%20ICE%202018-2019_completo%20per%20web_1.pdf tabella a pag. 97 (3) e (4) https://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-archivio-studi-e-analisi-la-condizione-delle-partite-correnti-della-bilancia-dei-pagamenti (tasso di cambio effettivo reale misurato sulla base del costo del lavoro per unità di prodotto) (5) in The Human Touch: Un programma per uno sviluppo e una crescita territoriale sostenibile dove, a eccezione della classe politica, tutti ci guadagnano, Gianfranco Cottone, Casa Editrice Kimerik, 2013 (6) http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Pubblicazioni/Studi-e-do/La-spesa-dello-stato/La_spesa_dello_Stato_dall_unit_d_Italia.pdf elaborazione dalla Tavola 18 per dati fino al 2009. In seguito, la tendenza è continuata (7) https://infostat.bancaditalia.it/inquiry/home?spyglass/taxo:CUBESET=&ITEMSELEZ=&OPEN=false/&ep:LC=IT&COMM=BANKITALIA&ENV=LIVE&CTX=DIFF&IDX=1&/view:CUBEIDS=TFPT0100/&timestamp=1588158033840 (8) https://data.oecd.org/tax/tax-revenue.htm (9) http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Pubblicazioni/Studi-e-do/La-spesa-dello-stato/La_spesa_dello_Stato_dall_unit_d_Italia.pdf Tavola 22 per dati fino al 2009 e per anni successivi: http://www.programmazioneeconomica.gov.it/2018/12/20/andamenti-lungo-periodo-economia-italiana/#Investimenti%20pubblici%20in%20Italia%20e%20nella%20zona%20euro (10) http://www.programmazioneeconomica.gov.it/2018/12/20/andamenti-lungo-periodo-economia-italiana/#Investimenti%20comparati%20con%20l%E2%80%99UE e http://1.bp.blogspot.com/-WY5lV-ajIxs/VhLigRSeZBI/AAAAAAAABDE/WKURvra5N7I/s1600/ITA%2B-%2Bproduttivit%25C3%25A0%2B1981-2014.jpg (11) https://www.blia.it/debitopubblico/ (12) http://www.programmazioneeconomica.gov.it/2018/12/20/andamenti-lungo-periodo-economia-italiana/#Spesa%20pubblica)

L’Italia e l’euro – Salpietro: “Svantaggiata oppure occasione perduta?” ultima modifica: 2020-11-19T15:45:16+01:00 da CanaleSicilia