“Il suono del silenzio” di Leon Zingales
Il suono del silenzio

C’è un momento, nel declinare del giorno, in cui la luce di Sicilia si assopisce e si arrende alle ombre lunghe, quasi temesse di consumarsi del tutto, mentre l’ultimo raggio verde del Sole è scintilla del perduto giorno. È in quel preciso istante che il mondo smette di urlare e inizia a sussurrare. È il Kairos, l’attimo fuggente che non si misura con l’orologio, ma con il battito del cuore; quel respiro d’eternità in cui la clessidra pare arrestarsi, sospesa tra il rimpianto di ciò che è stato e la trepida attesa di ciò che forse non potrà più essere.
È la Celeste Nostalgia, un palpito che si perde in un memoriale di perdute emozioni, una malinconia che non è disperata tristezza, ma il sospiro di un’anima che ricorda la sua felicità. È il profumo di un prato fiorito che mai nessuno doveva calpestare, il Destino di due alberi indissolubilmente stretti in un abbraccio meraviglioso e terribile.
Come scriveva Novalis:
Deve il mattino sempre ritornare?
La potenza terrestre avrà mai fine?
Consuma un vano affaccendarsi il volo
celeste della notte. E mai l’offerta
segreta dell’amore
arderà in eterno?
(Inni alla Notte)

Si avverte allora, nitido e lancinante, il silenzio che parla. Non è il vuoto dell’assenza, ma la pienezza di una voce che risuona quando le parole diventano incapaci di contenere la Vita. Quel “suono del silenzio” è il grido vibrante delle cose perdute, è la carezza di un tempo che non vuole farsi ricordo, è il velo che si solleva per mostrarci, per un battito di ciglia, l’assoluto che è colmo di ardenti vertigini.
La malinconia non è più un fardello, ma un linguaggio. Diviene l’unica lente capace di mettere a fuoco l’incanto sottile che permane nelle crepe della nostra esistenza. È in quel silenzio che scopriamo di essere ancora capaci di ascoltare il battito del tempo, che non scorre come un nemico che ci sottrae istanti, ma che viene creato come un fiume che ci conduce, dolcemente, verso il mare dell’Incanto.
Siamo naufraghi sulla riva di una terra che abbiamo dimenticato di abitare, eppure, in questo silenzio che ci avvolge, sentiamo che tutto è ancora possibile. Restiamo lì, ove la terra finisce, contemplando il mare come si guarda qualcosa che ci appartiene e che forse non sapremo mai riprendere del tutto.
C’è un momento della notte in cui il mare di Sicilia perde il suo azzurro e diventa specchio del cielo scuro. In quell’istante, le onde non infrangono più la riva, ma sembrano accarezzarla per scusarsi del tempo che passa. Chi resta sulla battigia non cerca più l’orizzonte con gli occhi, ma lo ascolta: ogni granello di sabbia bagnata trattiene il calore del Sole che è andato via, come un segreto custodito nell’oscurità. È la prova che la luce non è svanita per sempre; si è solo trasferita altrove, lasciandoci addosso il profumo del sale e la speranza del ritorno.
Perché forse la Bellezza più alta non è quella che risplende, ma quella che resta quando tutto tace, quando il frastuono del mondo si spegne e, finalmente, siamo pronti ad accarezzare i fremiti del cuore. Ecco il suono del silenzio: la Meraviglia che ci pervade, quando tutto sembra nascosto dall’oblio.
Leon Zingales
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