Frana Niscemi: “Si parla di un disastro annunciato”, ecco il perchè
La vicenda della frana di Niscemi viene ricostruita in un’analisi firmata da Nicola Candido, componente della Direzione nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, che ripercorre quasi trent’anni di scelte amministrative, atti tecnici e interventi rimasti incompiuti. Il dissesto, riattivatosi nelle ultime settimane, affonda infatti le proprie radici nella notte del 12 ottobre 1997, quando il cedimento di circa un chilometro e mezzo di versante rese necessaria l’evacuazione di circa 400 persone. Una commissione tecnico-scientifica nominata dal Ministero dell’Interno individuò allora una precisa ripartizione delle competenze: al Comune demolizioni, delocalizzazione degli sfollati e servizi nel nuovo quartiere; alla Regione la messa in sicurezza del versante.
Secondo quanto ricostruito da Candido, nelle casse comunali confluirono 19,5 miliardi di lire che furono impiegati prevalentemente per la realizzazione di un centro socio-culturale, poi destinato a uffici, e di un asilo nell’area di Piano Mangione. Gli sfollati trovarono soluzioni abitative autonome, mentre il pendio interessato dal dissesto non fu oggetto di interventi strutturali di consolidamento, rimanendo esposto agli effetti delle successive stagioni piovose.
Nel 2006 venne predisposto un progetto per la sistemazione idraulica del torrente Benefizio. L’appalto, bandito nel 2009 per un importo di circa 9 milioni di euro e affidato a un’Associazione temporanea di imprese, fu risolto nel 2010 per gravi ritardi, aprendo un contenzioso conclusosi solo nel 2016. Da allora, evidenzia l’analisi, non si registrarono avanzamenti concreti. Soltanto nel 2023 la Protezione civile regionale ha riattivato l’iter, stimando l’intervento in 14,5 milioni di euro e nominando un responsabile unico del procedimento, poi sostituito nell’agosto 2025 dopo il pensionamento del precedente. Nel frattempo, la rete di convogliamento delle acque risulta ancora incompleta, il depuratore non è operativo e le acque reflue continuano a confluire nel torrente. Nel 2024 alcuni campioni della rete idrica sono risultati contaminati, confermando la permanenza delle condizioni che contribuirono alla frana del 1997.
Sul piano tecnico, l’ex capo della Protezione civile regionale Tuccio D’Urso ha richiamato l’assenza di reti fognarie completate e di canali di gronda, mentre il presidente dei geologi Roberto Troncanelli ha spiegato come collettori maltenuti e perdite dalle reti possano appesantire gli strati superficiali del terreno, destabilizzando l’intero pendio. La geologa Monica Papini ha inoltre evidenziato che piogge intense su sabbie permeabili e argille erose aumentano il peso della massa instabile, favorendo l’arretramento della scarpata. In questo quadro la zona rossa si è progressivamente ampliata, con circa 1.600 persone evacuate e l’interruzione delle strade provinciali SP10 e SP12.
L’analisi richiama anche gli atti amministrativi precedenti. Nell’aggiornamento del Piano di assetto idrogeologico, a seguito di un sopralluogo congiunto tra Comune e Autorità di bacino del 5 maggio 2021, veniva segnalato che il versante occidentale presentava incisioni irregolari con marcata attività erosiva, aggravata dagli scarichi reflui, e che il movimento franoso lungo la SP12 risultava ancora attivo. All’epoca l’Autorità di bacino dipendeva dalla Presidenza della Regione Siciliana guidata da Nello Musumeci e nel documento si indicava la necessità di istituire una fascia di rispetto di 20 metri come possibile evoluzione del dissesto.
È all’interno di questa sequenza di atti, progetti e rinvii che Candido definisce la vicenda di Niscemi un “disastro annunciato”, maturato in presenza di allarmi documentati e interventi strutturali mai portati a compimento. Sul fronte della programmazione, veniva inoltre rilevata l’assenza di progetti comunali per il dissesto idrogeologico nell’ambito della Missione 2.4 del PNRR. Solo il 19 dicembre 2025 la Regione ha trasferito 4 milioni di euro al Comune per completare demolizioni e delocalizzazioni rimaste irrisolte nella fascia gialla di 50 metri.
Candido richiama infine il confronto con le procedure attivate all’interno della base statunitense del MUOS di Niscemi, dove a fronte di fenomeni erosivi analoghi l’iter autorizzativo per la messa in sicurezza si è concluso in pochi mesi. La ricostruzione si chiude con il richiamo alla lunga sequenza di progetti, risorse stanziate e opere mai completate, che continuano a incidere sulla sicurezza del territorio e sulla vita della comunità locale.
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