Cronaca

Fatture false e truffa allo Stato, 10 condanne tra Patti e Gioiosa Marea

Tribunale Patti

Il Tribunale di Patti ha pronunciato la sentenza di primo grado nell’ambito del procedimento scaturito dall’operazione “Illusione”, condotta nel 2021 dalla Procura di Patti e dalla Guardia di finanza. Il collegio, presieduto da Ugo Scavuzzo con i giudici Eleonora Vona e Gioanna Ceccon, ha emesso dieci condanne per associazione a delinquere, truffa aggravata, frode fiscale e false fatturazioni.

Le pene più alte hanno riguardato Giuseppe Stancampiano Pizzo, condannato a 8 anni e 8 mesi di reclusione, e Cristian Lembo, a 5 anni e 10 mesi. Seguono Antonino Procopio e Antonio Cannavò, entrambi a 2 anni e 6 mesi, Marco Mondello e Mirko Ceraolo a 2 anni e 4 mesi, Giuseppina Triolo a 3 anni e 2 mesi, Simone Mondello a 2 anni e 8 mesi, Giovanni Ross Iannello a 3 anni e 6 mesi e Doriana Biundo a 2 anni e 4 mesi.

CanaleSicilia

Giudice Tribunale Giustizia

Le indagini avevano posto al centro la società “Itar srl” di Montagnareale, destinataria di risorse pubbliche attraverso quattro progetti di investimento garantiti dal Fondo centrale di garanzia della Banca del Mezzogiorno Mediocredito Centrale spa. I finanziamenti erano destinati alla realizzazione di un pastificio in un ex opificio di Agira, sulla carta dedicato alla produzione di alimenti biologici.

Gli imputati, residenti tra Patti, Gioiosa Marea, Piraino e Montagnareale, erano stati coinvolti nell’indagine che ipotizzava un sistema di indebita percezione di fondi pubblici per oltre un milione di euro. Secondo l’accusa, il meccanismo illecito avrebbe consentito un volume complessivo di circa 21 milioni di euro tramite fatture per operazioni inesistenti, con un’evasione fiscale stimata in 4 milioni. L’inchiesta, coordinata dal procuratore capo Angelo Cavallo con il sostituto Alessandro Lia, aveva portato a misure cautelari tra cui tre arresti domiciliari e otto interdizioni imprenditoriali.

In aula, i difensori hanno sostenuto: “Non vi era alcun vincolo associativo, poiché gli indagati non si conoscevano”, contestando inoltre l’attendibilità delle prove. È stato annunciato il ricorso in appello.


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