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Nunziatina Bartolone: ecco gli effetti della Buona Scuola su di me…

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Nunziatina BartoloneNunziatina Bartolone, giovane prof.ssa di San Giorgio di Gioiosa Marea, racconta con una lettera aperta inviata a novembre 2016 all’allora Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, la sua esperienza e gli effetti che la Buona Scuola hanno avuto sulla sua professionalità e sulla sua persona.

Egregio Presidente del Consiglio,
sento l’esigenza di scriverle per informarla su quali siano stati gli effetti della Buona Scuola sulla mia professionalità e sulla mia persona.

Occupato nei suoi numerosi impegni istituzionali le mie osservazioni, se mai dovesse avere l’opportunità ed il tempo per leggerle, le appariranno come lacrimevoli lamentele di un’insegnante insoddisfatta; La pregherei di considerale, piuttosto, quali considerazioni di una professionista seria e rispettata che a causa della “Buona Scuola” si è ammalata. Dopo dodici anni di servizio di ruolo tra il Lazio prima e la Sicilia dopo, in zone disagiate e tra situazioni socio-ambientali in cui il docente impara ad avere piena consapevolezza di quanto ha scelto di essere, sono stata finalmente trasferita nel Liceo in cui avevo studiato, lo stesso in cui mi sono riconosciuta come studentessa cosciente dei valori della cultura e della civiltà, gli stessi in cui mi identifico come donna e come insegnante. Un traguardo agognato certo, dopo sedici anni di servizio, trascorsi a percorrere chilometri per strade dissestate e tra aule ancora più impraticabili, ma anche un nuovo punto di partenza per il lavoro che ho scelto non come ripiego bensì perché volevo fare questo e non altro, per il quale ho dovuto rinunciare a molto, ma per cui ho ricevuto riconoscimenti umani più gratificanti di qualsiasi bonus ufficiale e monetario.

Il trasferimento c’è stato, nel luglio del 2016, peccato che a settembre per me non c’era una cattedra completa, ma solo sei ore, due delle quali per volontaria rinuncia di una collega alle soglie della pensione. Per il resto dodici ore di presunto potenziamento, così come stabilito dalla suprema autorità della Dirigente a cui la legge 107/2015 ha conferito pieni poteri a dispetto del buon senso, degli orientamenti previsti tanto dalla dicitura “organico dell’autonomia” quanto dai tentativi, più o meno accomodanti, di direttive e note ministeriali emanate per cercare di tamponare disagi o difficoltà nell’applicazione della stessa.

Vorrei che Lei sapesse, e lo sapessero le competenze ministeriali preposte, che il Dirigente di una scuola, soprattutto in certi contesti territoriali, non è un “primus inter pares” che ha precedentemente condiviso con i docenti l’esperienza sul campo, ma un ambizioso scalatore delle gerarchie di piccoli poteri fittizi che possono conferire autorità e prestigio negli ambienti in cui opera e destinati a dissolversi all’indomani del pensionamento. Quanto egli decide non è mai discusso con gli altri organi collegiali, figuriamoci adesso che anche la legge gli permette di decidere in piena autonomia senza tener conto né delle professionalità né della preparazione e meno che mai del rispetto della persona. Mi sono ritrovata così, senza opportunità di variazioni in seguito alle assegnazioni provvisorie e i cambiamenti che si verificano sempre all’inizio dell’anno, con un quadro di compresenza con altri docenti in forma ufficiale, variato frequentemente in poche settimane in maniera spesso discutibile dal momento che ero diventata perfino assistente di laboratorio informatico pur insegnando lettere. In realtà la mia funzione, l’ho compreso ben presto con oltre trenta ore di supplenza per le classi dell’istituto in un solo mese, non mi sembra sia prevista in alcun comma della 107: veicolatrice del traffico al bagno da parte degli allievi in assenza dei docenti della classe! Sapendo solo al mattino quali siano gli ordini di servizio non è infatti possibile organizzare, programmare, proporre; non so se sia questa la condizione più penosa oppure quella di dover condividere la classe con un altro docente, se si ha la fortuna di non dover essere perfino in tre quando in classe c’è anche il docente di sostegno che segue disabili talvolta anche in gravi condizioni.

Non si dica che si possono organizzare percorsi pluridisciplinari o programmazioni particolari: la scuola, per quello che resta, è ancora scuola di verifiche, argomenti e programmi da svolgere. Un po’ come quando eravamo studenti noi, visto che siamo coetanei Signor Presidente, e che non mi sembra che fossero poi così inefficienti dal momento che in virtù di quella scuola abbiamo conseguito risultati e titoli che solo il sapere e la cultura possono conferire. Forse per qualcuno non sarà stato così, figli privilegiati di gente benestante che ha avuto corsie preferenziali per raggiungere mete più elevate, ma io, figlia di un falegname e di una casalinga, tornando indietro sceglierei ancora una volta di studiare con lo stesso impegno e con la stessa seria consapevolezza. Mi sono ritrovata, in compresenza con alcuni docenti, o a dovermi sorbire la lezione come una studentessa, ma con la capacità critica di un adulto o a sentirmi causa involontaria di confronto che rischia di mortificare l’altro o, ancora peggio, di suscitare ben altri sentimenti non sempre edificanti e nobili in virtù degli inevitabili paragoni che i ragazzi possano e sappiano fare. Non ho creduto di essere mai migliore o più preparata, non ritengo superbia riconoscere il proprio valore piuttosto solo chi mi conosce bene ha pieno diritto di giudicarmi; al contrario la mia umiltà mi impone di confrontarmi sempre e non smettere mai di imparare.

Mi sono piuttosto sentita incapace di continuare a svolgere il mio ruolo, confinata in un angolo e mortificata dalle circostanze e dalla stessa legge che si proponeva di essere buona, dai colleghi che non sempre sono buoni o solidali. Non ho retto ai continui cambiamenti di esigenze di servizio, se così si possono definire, ben altro ho fatto in sedici anni di esperienza: mi ritrovo, senza opportunità di cambiamento o di chiarimenti, in una condizione di precarietà del tutto sconosciuta e insostenibile per chi è abituato a lavorare.

La legge, quando non garantisce o tutela la dignità della persona, è iniqua; in maniera non proprio cordiale mi è stato detto dalla mia Dirigente che i chiarimenti dovevo averli da Lei, Signor Presidente, la legge è questa.

Non è vero che sia possibile lavorare per gruppi di classe, e di classi numerose ne abbiamo, ma non abbiamo le aule anzi non ci sono neppure le sedie ed i banchi per tutti ed i nostri edifici scolastici, al Sud, sono frequentemente strutture private adibite all’uso pubblico in condizione di precarietà ancora più sconfortante di quella che il recente sisma ha provocato. Da 60 anni Patti, la mia cittadina in provincia di Messina, aspetta un liceo scientifico e per tutto questo tempo i soldi pubblici, bastevoli a costruire chissà quanti edifici scolastici sicuri e funzionali in tutta la provincia, sono stati versati sui conti degli affittuari senza che nessuno si muovesse in maniera concreta e definitiva. Non ci sono né tetti sicuri né muri solidi a proteggere il futuro di quanti scelgono ancora di voler studiare davvero: con un “si” o con un “no” qui si decide della dignità delle persone, si penalizzano intelligenze e si depauperano opportunità di crescita, di sviluppo, di cambiamento.

Al vostro cambiamento, che mi pare effettuato sulla base di una logica un po’ ridicola del principio della rottamazione, non ho retto: non ero forse preparata, eppure sono ancora giovane per saper cogliere ed accogliere i segni delle novità e della loro validità. Magari non ho capacità di adattamento e si imputerà il mio stato depressivo al carattere troppo sensibile o permaloso, ma la depressione non è uno stato d’animo, è una malattia che può essere indotta da cause esterne ed è un malessere che nel frattempo dovrò contrastare da sola cercando di non causare danni e sofferenze agli altri.

Con il tempo, vorrei poter credere, passerà, magari mentre si riveleranno gli effetti positivi della Buona Scuola che ora non so intuire, ma mi consenta di dirle che la Scuola di trenta anni fa, quando abbiamo studiato noi, quella era Buona davvero e non possiamo negarlo perché equivarrebbe a rinnegare noi stessi.

Prof.ssa Nunziatina Bartolone
San Giorgio di Gioiosa Marea – Messina

Nunziatina Bartolone: ecco gli effetti della Buona Scuola su di me… Ultima modifica: 2017-02-15T21:49:40+01:00 da CanaleSicilia